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Con la sentenza n. 13826 del 6 marzo 2025, la Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione chiarisce che, ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 5 della legge 283/1962, è sufficiente il pericolo potenziale per la salute, anche in assenza di danni concreti. La tutela dell’“ordine alimentare” non ammette negligenze.
Il caso: carne alterata e igiene precaria in macelleria
La vicenda trae origine da un controllo effettuato dai NAS e dal personale veterinario della ASL presso una macelleria all’interno di un supermercato di Benevento. Durante l’ispezione, sono stati rinvenuti 46 chili di carne e salumi in stato di alterazione, conservati in locali non conformi alle norme igienico-sanitarie. Alcuni prodotti erano contenuti in un congelatore con l’insegna della macelleria, altri erano stoccati in un’area adibita allo scarico merci, non idonea alla conservazione.
Il titolare dell’attività è stato condannato in primo grado per violazione dell’art. 5, lettere b) e d), della legge n. 283 del 1962, norma cardine del sistema di sicurezza alimentare italiano. La difesa ha proposto ricorso per Cassazione, contestando l’accertamento dei fatti, l’attribuzione della responsabilità e la mancata concessione delle attenuanti generiche in misura più ampia.
La pronuncia della Cassazione: il pericolo basta
La Terza Sezione della Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, ritenendolo privo di fondamento giuridico e basato su una rilettura dei fatti inammissibile in sede di legittimità. La Corte ha riaffermato un principio chiave del diritto penale alimentare: per configurare il reato non è necessario che l’alimento deteriorato provochi un danno effettivo alla salute, ma è sufficiente che esista un pericolo potenziale derivante dal suo stato di conservazione o alterazione.
L’imputato aveva cercato di giustificarsi sostenendo che il congelatore non era di sua proprietà, che la carne scaduta non era stata analizzata, che non erano stati effettuati tamponi microbiologici, e che vi erano state omissioni nella valutazione delle condizioni generali dell’esercizio. Tuttavia, la Corte ha precisato che la responsabilità penale scatta al momento della messa in commercio o della semplice detenzione per la vendita di prodotti in condizioni non conformi, a prescindere dalla pericolosità accertata con esami tecnici.
I principi di diritto ribaditi dalla Suprema Corte
Il cuore della pronuncia è nell’affermazione del principio secondo cui la tutela penale si estende al rischio potenziale e alla necessità che il prodotto alimentare “giunga al consumo con le garanzie igieniche imposte dalla sua natura”. Il diritto alla sicurezza alimentare è concepito come tutela ex ante, preventiva, che prescinde dal verificarsi di eventi dannosi concreti.
La Corte ha richiamato precedenti giurisprudenziali per ribadire che il reato è integrato anche dall’assenza di tracciabilità del prodotto o dal mancato rispetto di prescrizioni igieniche basilari. Il legislatore intende infatti garantire la conformità dell’intera filiera alimentare alle regole di sicurezza, e non solo reprimere i casi di effettivo danno alla salute pubblica.
Infine, è stato confermato che l’art. 5 della legge 283/1962 è ancora vigente nonostante le modifiche legislative intervenute nel 2021. Infatti, l’abrogazione inizialmente prevista è stata sospesa e successivamente superata da una modifica normativa che ha reintegrato la disposizione tra quelle applicabili.
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